L'Eco di Bergamo
Cronache

Esecutivo in crisi

I socialdemocratici lasciano il governo, caos in Romania

Il premier Bologan rimedia per ora con ministri ad interim, sullo sfondo anche l'ipotesi di voto anticipato

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La Romania piomba nel caos, mettendo di nuovo a nudo la fragilità politica che la affligge da decenni. L'uscita del Partito Social Democratico (Psd) dal governo mette in crisi l'esecutivo guidato dal premier liberale Ilie Bologan, basato su una coalizione ampia ed eterogenea, che metteva insieme i conservatori moderati del Partito Nazionale Liberale (Pnl), i progressisti del Psd, il partito della minoranza ungherese Udmr e gli ex antisistema diventati conservatori di destra dell'Unione Salva la Romania (Usr): una compagine attraversata fin dall'inizio da divergenze politiche e programmatiche dopo essere nata con l'obiettivo di garantire stabilità, ma anche di isolare l'estremismo della destra nazionalista che aveva raccolto ampi consensi nelle elezioni presidenziali del 2024.

Al centro della rottura vi sono divergenze sulla linea economica, con il Psd critico rispetto al cambio di impostazione promosso dal premier verso un modello di maggiore rigore, basato su disciplina di bilancio, contenimento del deficit e riorientamento della spesa pubblica. I socialdemocratici hanno inoltre contestato la perdita di peso decisionale all'interno dell'esecutivo.

Sul piano istituzionale, il premier ha reagito alla crisi di governo ricorrendo alla nomina di ministri ad interim, per garantire la continuità dell'azione amministrativa. Le proposte saranno ora trasmesse al presidente della Romania, Nicusor Dan, chiamato a formalizzare le nomine.

Tra gli scenari possibili figurano il tentativo di costruire una nuova maggioranza parlamentare, la prosecuzione con un governo di minoranza oppure, in ultima istanza, il ricorso a elezioni anticipate: ipotesi che resta complessa sia per i vincoli costituzionali sia per le implicazioni politiche.

A essere anche il contesto più ampio, segnato dalle tensioni seguite alle elezioni presidenziali del 2024, che videro l'esclusione del candidato dell'estrema destra nazionalista Calin Georgescu (considerato filorusso) e l'annullamento del primo turno da parte della Corte Costituzionale per «interferenze esterne» nel processo elettorale. Nel turno anticipato, Georgescu aveva raccolto il 22,9%. Le elezioni furono quindi ripetute nel maggio 2025 e George Simion, mentore dello «squalificato» Georgescu, fu sconfitto al secondo turno dal conservatore Dan. La sentenza dell'alta corte ha però alimentato polemiche e una crescente sfiducia nelle istituzioni.

In questo scenario, il rischio di un rafforzamento delle forze nazionaliste e dell'estrema destra, in particolare modo dell'Aur (Alleanza per l'Unione dei Romeni, che appoggiò la candidatura di Georgescu e che ottenne il 18% nelle elezioni parlamentari del dicembre 2024), resta uno degli elementi di maggiore attenzione per gli sviluppi politici a breve termine, in un Paese già segnato da ricorrenti fasi di instabilità governativa.